Le ondate di calore non riguardano soltanto la terraferma. Anche gli oceani, infatti, stanno vivendo fenomeni sempre più frequenti e duraturi di marine heatwaves, ovvero periodi in cui la temperatura dell’acqua resta ben al di sopra della media stagionale.

Un recente studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) conferma che il riscaldamento globale ha triplicato la durata di questi eventi estremi e ne ha aumentato l’intensità di circa 1 °C rispetto al secolo scorso.

Cosa emerge dalla ricerca

Gli studiosi hanno analizzato i dati dal 1940 a oggi e hanno rilevato che:

  • la durata media delle ondate di calore marine è passata da circa 15 a 50 giorni all’anno;
  • circa la metà degli eventi più recenti non si sarebbe verificata senza l’influenza delle attività umane sul clima;
  • durante una MHW, la temperatura dell’acqua può salire in media di 1 °C in più rispetto al passato.

Perché ci riguarda da vicino

Gli effetti non restano confinati agli oceani. Le ondate di calore marine possono:

  • influenzare il clima terrestre, favorendo condizioni che intensificano tempeste, uragani e ondate di calore anche nelle zone costiere;
  • danneggiare ecosistemi marini delicati come le barriere coralline, le foreste di kelp e le praterie di fanerogame, con ricadute su molte specie animali;
  • avere conseguenze economiche significative per pesca, acquacoltura e turismo.

Il parere degli esperti

Gli scienziati coinvolti nello studio evidenziano come il fattore umano sia determinante. Il riscaldamento legato alle emissioni di gas serra è responsabile di buona parte degli eventi registrati negli ultimi decenni e ha reso le ondate di calore marine non solo più intense, ma anche più persistenti.

Il Dr. Zoe Jacobs (National Oceanography Centre, UK) sottolinea che il riscaldamento causato dall’uomo è responsabile di circa metà degli eventi MHW dal 1940 e di un aumento di circa 34 giorni annui globali, con punte fino a 80 giorni in regioni come l’oceano Indo-Pacifico tropicale.

Dr. Caroline Rowland (Met Office) evidenzia gli impatti diretti sulla salute umana e sul clima regionale, come con l’ondata di calore marina che ha amplificato quella terrestre nel Regno Unito nel giugno 2023.

Dr. Jeffrey Kargel (Planetary Science Institute) suggerisce un possibile “effetto moltiplicatore”: i jet stream più lenti e “bloccati” possono intensificare l’impatto del riscaldamento sulle temperature marine.

Cosa si può fare

Le soluzioni passano principalmente da:

  • riduzione delle emissioni climalteranti, per limitare l’ulteriore surriscaldamento degli oceani;
  • misure di adattamento, che aiutino le comunità costiere e i settori economici più esposti ad affrontare gli impatti;
  • maggiore consapevolezza pubblica, così da rendere tutti partecipi dell’urgenza di proteggere il mare e il clima.

Le ondate di calore marine non sono più un fenomeno raro: sono ormai parte integrante del cambiamento climatico in atto. Lo studio pubblicato su PNAS mostra chiaramente come stiano diventando più lunghe e più intense, con effetti che toccano la biodiversità, l’economia e la vita delle persone. Intervenire ora è fondamentale per limitare i danni futuri.

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