Dopo ogni episodio di maltempo intenso, torna spesso il dibattito sulla manutenzione dei fossi, delle caditoie e delle reti fognarie. È un tema importante, ma ridurre le cause degli allagamenti a una semplice questione di “aghi di pino” o foglie accumulate nei tombini significa trascurare il vero nodo del problema: la struttura e il dimensionamento delle reti idriche e di drenaggio urbano, spesso non più adeguate a gestire i regimi pluviometrici attuali.

Reti idriche progettate per un clima che non esiste più

Gran parte delle infrastrutture idrauliche urbane italiane è stata progettata tra gli anni ’50 e ’80, in un periodo in cui gli eventi di pioggia intensa erano considerati rari e brevi.
Oggi, con un clima sempre più variabile e con precipitazioni concentrate in poche ore ma con intensità elevatissime, le tubazioni e i collettori non sono più in grado di smaltire i volumi d’acqua che si generano durante i temporali e lo precipitazioni più intense.

Le reti sono infatti dimensionate per tempi di ritorno e portate medie inferiori rispetto a quelle attuali. In pratica, ciò che un tempo era un evento “eccezionale” oggi si verifica più volte in un anno. Questo comporta inevitabili ristagni, allagamenti e sovraccarichi nelle condotte, indipendentemente dal livello di pulizia o di manutenzione superficiale.

Perché il dragaggio può essere controproducente

Un altro concetto spesso frainteso riguarda la pulizia o il dragaggio dei corsi d’acqua naturali, operazioni che vengono talvolta percepite come la soluzione al rischio idraulico. In realtà, se eseguite senza criteri idraulici e ambientali, possono produrre effetti opposti a quelli desiderati.

Rimuovere in modo eccessivo il materiale di fondo di un torrente o di un fiume può infatti:

  • Aumentare la velocità della corrente, riducendo il tempo di deflusso e amplificando la forza erosiva dell’acqua;
  • Favorire l’erosione delle sponde e la destabilizzazione degli argini, rendendo il corso d’acqua più vulnerabile in caso di piena;
  • Alterare gli equilibri ecologici del letto fluviale, con perdita di sedimenti utili e habitat naturali;
  • Abbassare il livello dell’alveo in modo non uniforme, creando salti di pendenza che possono generare turbolenze e nuovi punti di erosione.

In molti casi, i fiumi hanno bisogno di spazio e non di essere “svuotati”: interventi di riqualificazione fluviale e laminazione naturale delle piene sono oggi considerati soluzioni più efficaci e sostenibili rispetto al semplice dragaggio.

La sfida del futuro: adattare le infrastrutture al nuovo clima

Gli episodi di maltempo degli ultimi anni mostrano con chiarezza che non basta mantenere pulite le caditoie o dragare i fossi, ma serve una revisione complessiva della gestione delle acque meteoriche.

Occorre investire in sistemi di drenaggio urbano sostenibile (SUDS), vasche di accumulo temporaneo, e in reti fognarie progettate per gestire picchi di pioggia più frequenti e intensi.

Solo una pianificazione idraulica moderna, basata su dati climatici aggiornati, potrà davvero ridurre l’impatto degli allagamenti nelle aree urbane.

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